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Cultura dell’apparenza


Cultura dell’apparenza

«Fratelli miei, la vostra fede nel nostro Signore Gesù Cristo, il Signore della gloria, sia immune da riguardi personali. 

Perché, se nella vostra assemblea entra un uomo con l’anello d’oro, vestito splendidamente, e vi entra pure un povero con vesti sudicie, voi avete riguardo a quello che veste splendidamente e gli dite: 

“Tu, siedi qui in un posto onorevole” e al povero dite: “Tu, stattene là in piedi o siedi in terra accanto al mio sgabello”, non fate in voi stessi una discriminazione e non diventate giudici dai pensieri malvagi?»

(Giacomo 2:1–4)


La società odierna può essere definita “società dell’immagine”. 

Quotidianamente i media influenzano giovani, adolescenti e adulti a conformarsi a modelli socio-culturali centrati sull’apparenza. 

Tendenze, trend e mode spingono verso l’omologazione, facendo credere che per essere accettati si debbano rispettare canoni estetici e intellettuali. 

E la Parola di Dio ci ricorda che anche in epoche passate l’apparenza e l’origine sociale erano metri di paragone e giudizio:

«Il re disse ad Aspenaz… di condurgli dei figli d’Israele… di stirpe reale o di famiglie nobili… ragazzi senza difetti fisici, di bell’aspetto, dotati di ogni saggezza…» (Daniele 1:3–4).



Il pericolo: trasformare l’apparire in un “culto”.

Esistono tanti culti nel mondo; quello del nostro tempo è paragonabile al culto dell’immagine, dove l’apparire diventa più importante dell’essere. 

In questo clima è sempre più facile conformarsi, ma anche cadere nel giudizio e nella discriminazione, basandosi solo sull’aspetto o su “riguardi personali”.

Giacomo ammonisce il credente con chiarezza: nella chiesa non deve entrare la logica del mondo, dove si premia chi “sembra” e si mette ai margini chi “non conta”. 

Come Daniele scelse di non contaminarsi, così anche noi siamo chiamati a un esempio di fede che rifiuta l’idolatria dell’apparenza.



“Giù le maschere”: Dio guarda al cuore.

C’è un pericolo serio per chi cura solo l’immagine esterna e trascura la condizione del cuore. 

Spesso si ostentano aspetti della propria vita che sembrano perfetti agli occhi degli altri, mentre dentro si nascondono fragilità e insicurezze.

Dio però non si ferma alla superficie: scruta le profondità e vuole agire lì, perché le anime siano approvate davanti alla Sua presenza.

«L’uomo guarda all’apparenza, ma l’Eterno guarda al cuore» (1 Samuele 16:6–11).

Questo principio smonta la “religione dell’immagine”: non basta apparire spirituali, forti o impeccabili; Dio cerca verità, umiltà e integrità.

Graditi a Dio: la logica della grazia, non del successo.

Paolo ricorda che Dio spesso sceglie ciò che nel mondo è debole, ignobile e disprezzato, affinché nessuno si glori davanti a Lui:

«Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto… ciò che è debole… ciò che è ignobile e disprezzato… perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio… Chi si vanta si vanti nel Signore» (1 Corinzi 1:26–31).

In una società dominata dalla legge del più forte e del successo, la Scrittura afferma che Dio è lo stesso ieri, oggi e in eterno: continua a far abbondare la grazia, non premiando l’apparenza, ma trasformando i cuori.

Gesù è l’esempio perfetto: «non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi… fu disprezzato e abbandonato» (Isaia 53:2–3); eppure, svuotò Sé stesso, fu ubbidiente fino alla morte di croce, e Dio lo ha sovranamente innalzato (Filippesi 2:1–9).

Che la chiesa redenta dal Signore Gesù coltivi ogni giorno il desiderio di essere gradita a Dio più che piacere agli uomini, per essere trasformata di gloria in gloria e resa sempre più conforme all’immagine di Cristo Gesù.




Articolo scritto da: Sabrina Russo
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