Il grande emancipatore è stato proprio Cristo. “Non c'è maschio e femmina, schiavo o libero…” Galati 3:28
Sempre più spesso, nell’ambito delle chiese protestanti, comprese quelle evangeliche, si dibatte sul tema del ministerio pastorale “femminile” ed alcune di queste (luterane, metodiste, battiste e valdesi), lo hanno introdotto adducendo motivazioni sociologiche ed antropologiche legate all’emancipazione femminile.
Ecco che quindi, anche tra le chiese pentecostali d’oltreoceano, e anche in Italia, si incominciano a notare le telepredicatrici, o addirittura donne che svolgono un ministerio pastorale.
È indubbio che negli ultimi decenni il ruolo della donna nella società sia cambiato e che questo abbia avuto risvolti sia positivi che negativi, a volte svilendo la peculiarità dell’essere donna.
Ma la chiesa non ha bisogno di aggiornare i propri parametri in tema di uguaglianza dei sessi, in quanto la Parola di Dio ha sempre dato grande attenzione e dignità alle donne e al servizio spirituale da esse svolto.
Il modello biblico e i ruoli stabiliti da Dio
La donna cristiana non ha bisogno di affrancarsi da una sorta di patriarcato spirituale, perché il Signore è molto più emancipato di una società maschilista o femminista che hanno in comune il dominio di un genere su un altro.
Semplicemente, il Signore ha stabilito dei ruoli che competono alle donne ed altri che competono agli uomini.
Vorrei ricordare la profetessa e giudice d’Israele Debora (Giudici 4:4), o la profetessa Anna (Luca 2:36), o tante altre donne, che sono menzionate sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, che in ambito domestico (Locabed, Anna madre di Samuele, Rut) o in ambito pubblico (Ester), hanno avuto un enorme impatto.
Ma per quanto riguarda il ministerio pastorale, il punto sul quale dobbiamo focalizzare la nostra attenzione è: qual è il modello biblico?
La Bibbia esplicita qualche riferimento circa questa “apertura”? C’è qualcosa che possa far pensare ad un cambiamento necessario?
L'analisi delle Scritture: l'unica eccezione e il principio generale
In realtà c’è un unico caso nel quale Paolo cita una donna che ha un ruolo più “istituzionale” nella chiesa ed è Febe, diaconessa di Cencrea (Rom. 16:1, 2).
Ma è bene ricordare che un solo verso non fa dottrina, cioè biblicamente non fa “giurisprudenza”, ma bisogna avere almeno altri due o tre riferimenti biblici.
Inoltre, non sappiamo quale necessità abbia spinto questa chiesa ad avere una donna come diaconessa in quanto lo stesso Paolo, descrivendo i diaconi, parla solo ed esclusivamente di uomini (1° Tim. 3:8-13).
Bisogna ricordare che alcune chiese erano piccole realtà di “case-chiese”, ovvero famiglie e parlando di Febe, Paolo ne esalta il servizio di assistenza che ha prestato ai santi, ma non parla di un ruolo pubblico nel seno della chiesa.
Ma a parte questa eccezione che riguarda il diaconato, mai viene citata una credente, pastora di una comunità locale.
Anzi l’apostolo Paolo è categorico a riguardo: la donna impari in silenzio con ogni sottomissione.
Poiché non permetto alla donna d’insegnare, né di usare autorità sul marito, ma stia in silenzio (1 Tim. 2:11, 12); come si fa in tutte le chiese dei santi, le donne tacciano nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare, come dice anche la Legge (1 Cor. 14:34).
È bene ricordare che soprattutto in culture più evolute (vedi quella ellenica), spesso la libertà di azione e di parola della donna portava a prevaricare l’uomo, sminuendo il suo valore di capo della famiglia;
e già di fronte a questo l’apostolo sente il bisogno di mettere un freno.
La complementarità dei ruoli
A questo punto ci si potrebbe chiedere se le credenti non abbiano la possibilità di esprimersi in pubblico, né tantomeno di insegnare; non è assolutamente questo il punto.
Questi versi sottolineano due punti importanti: il primo è quello che la donna non può esercitare autorità, e soprattutto non può farlo nel mezzo dell’assemblea.
Che cosa significa? Significa che nel seno dell’assemblea, l’unico che è abilitato ad esercitare l’autorità assegnata dalla Parola è il pastore.
Quindi una credente può e deve testimoniare e pregare, può educare bambini e ragazzi impartendo gli insegnamenti della Parola di Dio nell’ambito della scuola domenicale (che non è l’assemblea), può mettersi al servizio della chiesa e delle anime perdute in svariati modi perché il sacerdozio è universale (1 Pietro 2:9);
e perché il Signore ha sparso lo Spirito suo su uomini e donne: dopo questo avverrà che io spargerò il mio Spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni.
Anche sui servi e sulle serve, spargerò in quei giorni il mio Spirito (Gioele 2:28-29).
Qualcuno ha ipotizzato una sorta di misoginia di Paolo, ma questo è in contrasto con le tante sante donne che l’apostolo cita nelle sue epistole, a noi forse poche note, ma che questo servitore del Signore riteneva preziose per l’opera di Dio.
Ricordiamo: Febe, Priscilla, Maria, Trifena, Trifosa, Perside, Giulia, Ninfa, Evodia e Sintiche (non proprio concordi ma che hanno lottato per il vangelo insieme a me), Loide ed Eunice (rispettivamente nonna e madre di Timoteo che gli hanno trasmesso la fede).
Quindi il pastorato femminile è un falso problema, risolto dalla Parola di Dio (l’unica regola di fede) sul nascere.
Il Signore si serve di tutti, uomini e donne, ma sia nell’ambito della creazione che nell’ambito ecclesiastico, ha semplicemente stabilito, nella sua sovranità, dei ruoli sia nel seno della famiglia che in quello della chiesa, che riguardano l’autorità ed il servizio ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole (1 Cor. 12:11);
tradotto: lo ha stabilito, nella sua indiscutibile volontà, il Signore e nessuno può arrogarsi il diritto di “ammodernare” la Parola.
Voglio ricordare, a sottolineare la complementarità tra uomini e donne nell’opera di Dio, che Gesù scelse dodici uomini affinché lo seguissero, ma ci furono diverse donne che collaboravano attivamente:
Con Lui vi erano i dodici ed alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da malattie: Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cuza, l’amministratore di Erode;
Susanna e molte altre che assistevano Gesù e i dodici con i loro beni (Luca 8:1-3).
Le tante donne al servizio del Signore, citate nella Scrittura, dimostrano che il Signore era “moderno” e la Parola di Dio era “attuale” già migliaia di anni fa!
Tutto ciò che tende a forzare la Scrittura, alimentato da un bisogno di progressismo o di modernità è in totale contrasto con i principi che il Signore stesso ha stabilito.
Andare oltre i limiti stabiliti dalla Parola di Dio non è mai un progresso spirituale, ma un atto di disubbidienza a quel Dio che ha fatto grazia a tutti, uomini e donne.
Articolo scritto da: Pino Giovanniello
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